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STORIA DEL TEATRO MALIBRAN

Nel carnevale 1678 fu inaugurato il Teatro di San Giovanni Grisostomo, terzo teatro della famiglia Grimani: esso veniva ad aggiungersi al San Giovanni e Paolo, aperto nel 1639, ma ormai troppo periferico, e al San Samuele, attivo dal 1656, dedicato prevalentemente a spettacoli di commedia e frequentato da un pubblico di minori pretese. Il teatro “più grande, il più bello e il più ricco della città”, secondo il “Mercure Galant ” del marzo 1683, sorse nell’area retrostante la chiesa di San Giovanni Grisostomo, nello stesso sito in cui si trovava anticamente il palazzo della famiglia di Marco Polo, noto con il nome evocativo di Ca’ Milion.

Il progetto del nuovo teatro fu firmato da Tommaso Bezzi detto lo Stucchino, architetto, ingegnere delle macchine e pittore al servizio dei Grimani. Il teatro di San Giovanni Grisostomo, attualmente denominato Malibran, si impose fin da subito come uno dei luoghi teatrali più prestigiosi entro un sistema produttivo reso particolarmente fiorente dall’introduzione dell’opera in musica a partire dal 1637. Nella città lagunare era infatti diventato accessibile per la prima volta ad ogni spettatore pagante il dramma cantato, un tipo di trattenimento di matrice aristocratica e privata. La nuova, originale acquisizione - il cui richiamo si sommava a quello dei consueti spettacoli recitati - aveva innalzato a livelli memorabili la produttività teatrale cittadina, tanto che nel corso del Seicento furono attivi a Venezia ben sedici teatri, di cui sei dedicati all’opera in musica e quasi tutti rinomati per la loro magnificenza e sontuosità.

La sala del San Giovanni Grisostomo, inaugurata con Vespasiano di Giulio Cesare Corradi e musica di Carlo Pallavicino, si imponeva su tutte le altre per la grandiosità della sua struttura architettonica e per l’eleganza delle decorazioni. Un’incisione del 1709, realizzata da Vincenzo Coronelli, restituisce esaurientemente l’aspetto della sala secentesca: la scansione dei palchi, disposti in cinque ordini, era sottolineata da cariatidi, i parapetti erano dipinti e decorati a festoni e a scudi in fasce continue. Lo spazio dell’orchestra era separato dalla platea da una balaustra e l’arco scenico, sovrastato dal grande stemma dei Grimani, era circondato da dieci palchi di proscenio.

La funzione del San Giovanni Grisostomo come di punto d’incontro della nobiltà elegante e del pubblico straniero più qualificato è documentata da varie testimonianze coeve. Tra il Sei-Settecento questo teatro fu in effetti l’unico a mantenere alto il prezzo d’ingresso, mentre le altre sale veneziane avevano diminuito il costo del biglietto nel tentativo di incrementare il numero dei frequentatori: il limitato incasso, o anche la perdita, del San Giovanni Grisostomo non era evidentemente un problema per la famiglia Grimani, il cui lustro era rafforzato dal possesso del teatro più ampio e costoso della città.

Tra la fine del Seicento e il primo Settecento i librettisti qui attivi erano soprattutto nobili dilettanti e colti letterati vicini alla temperie culturale arcadica e dunque di tendenze ’riformate’, mentre i compositori più frequentemente scelti per mettere in musica questi drammi (Carlo Francesco Pollarolo, Antonio Lotti) garantivano una continuità stilistica ben poco innovativa. Tuttavia anche operisti più aggiornati come Alessandro Scarlatti (Il Mitridate Eupatore, Il trionfo della libertà, 1707: ambedue scarsamente apprezzate) e Händel (Agrippina, 1709: rappresentata per ben ventisette volte consecutive) si produssero per la prima volta in laguna proprio in questo teatro, verosimilmente grazie alle connessioni internazionali dei proprietari. All’inizio del Settecento il San Giovanni Grisostomo continuò a distinguersi dagli altri teatri cittadini per il fatto di mantenere grandiosi balli tra gli atti dell’opera in musica, sostituiti da intermezzi comici al San Cassiano e al Sant’Angelo.

In questa sede si diede invece per la prima volta una ’tragicommedia’ (La fortuna per dote, 1704), precoce e raro esempio di un genere che tendeva a parodiare l’opera eroica e che godrà di un successo considerevole nel corso del secolo. Intorno al 1715 in questa vasta sala, già rinomata per l’alta qualità dei cantanti reclutati, iniziarono ad esibirsi le stelle di un nuovo stile di canto, Faustina Bordoni nel 1716 e Francesca Cuzzoni nel 1718 (anno in cui le due virtuose si produssero insieme nell’Ariodante di Pollarolo).

All’epoca la presenza di cantanti napoletani - tra cui spiccava il castrato Nicola Grimaldi - era piuttosto esigua, ma si rafforzò negli anni successivi, quando il pubblico di questo teatro poté applaudire Farinelli, Caffarelli (ambedue nella Merope di Giacomelli, 1734), Tolve ed altri cantanti. Nel frattempo la presenza napoletana era andata crescendo anche tra i compositori: a partire dal 1725 circa metà delle opere serie date al San Giovanni Grisostomo furono musicate da musicisti provenienti dall’area artistica di Napoli, come Leonardo Vinci, Nicola Porpora, Leonardo Leo e il sassone Johann Adolf Hasse.

Questo teatro - descritto nelle Glorie della poesia e della musica di Bonlini (1730) come «vera reggia di meraviglie [...] che con la vastità della sua mole superba può contrastare col fasto di Roma antica e che con la grandiosità delle sue più che regie rappresentazioni drammatiche s’ha ormai acquistato l’applauso e la stima di tutto il mondo» - ospitò la première di due drammi di Metastasio, il Siroe (1726, musica di Vinci) e l’Ezio (1728, musica di Porpora). La realizzazione del Siroe fu seguita personalmente dal poeta, giunto appositamente a Venezia assieme alla prima donna, Marianna Benti Bulgarelli detta la Romanina.

A questi drammi di Metastasio ne successero moltissimi altri, dati qui subito dopo la loro prima rappresentazione a Roma e a Napoli: la loro riproduzione era attentamente seguita a distanza dal poeta, ben consapevole del ruolo essenziale di Venezia come fulcro della circolazione spettacolare europea. Benché i nomi di Apostolo Zeno e Pietro Metastasio primeggino nel repertorio di questo teatro nella prima metà del Settecento, può essere significativo ricordare che tra il 1736 e il 1741 vi fu attivo anche il giovane Carlo Goldoni nel ruolo ben più umile - da lui stesso in seguito volutamente dissimulato - di ’poeta di teatro’, con il compito non solo di riscrivere e aggiungere arie e recitativi a richiesta dei cantanti, ma anche di coordinare la realizzazione scenica degli spettacoli.

Dopo l’incendio di uno dei teatri Grimani, il San Samuele, avvenuto nel 1747, i proprietari decisero di trasferire provvisoriamente l’attività dei comici al San Giovanni Grisostomo. Rientrati i comici nel ricostruito San Samuele, le stagioni musicali proseguirono regolarmente solo fino al 1751. È l’inizio di una rapida decadenza, rafforzata dalla successiva scelta dei Grimani che, volendo riappropriarsi del loro primato nel campo dell’opera seria, non lo riattivarono, ma preferirono aprire un nuovo, elegante teatro a San Benedetto (1755). Nel 1751 al San Giovanni Grisostomo s’insediò la compagnia Imer e fino alla fine del secolo il teatro ospitò l’opera in musica solo in rare occasioni, come nella stagione della Sensa 1764 e 1766. Ad Imer successero le compagnie di Onofrio Paganini e poi di Medebach; quest’ultimo importante capocomico, proveniente dal Sant’Angelo, alternò il repertorio romanzesco di Chiari, le commedie di Goldoni, tragedie e commedie dell’arte. Il teatro rimaneva però al margine dell’attività teatrale recitata, non prestandosi per la sua ampiezza a un contatto ravvicinato con gli spettatori.

Negli ultimi venticinque anni del secolo fu affidato alla compagnia di Maddalena Battaglia, che continuò a presentare un repertorio eclettico, comprendente tragedie e drammi francesi e qualche novità italiana (I coloni di Candia di Giovanni Pindemonte, 1785). Nella primavera 1797, dopo la caduta della repubblica veneziana, questo teatro - dal passato aristocratico per eccellenza - fu affidato alla Municipalità provvisoria e trasformato dal 10 luglio al primo ottobre in Teatro Civico, ove ospitò un repertorio d’ispirazione giacobina.

Dall’inizio dell’Ottocento il nome del San Giovanni Grisostomo scompare gradatamente dalle cronache; nei primi anni del secolo fu qui attiva la compagnia di Salvatore Fabbrichesi, ma si tennero in questa sede anche spettacoli equestri, acrobatici, mimici. Nel 1807, un decreto del Ministro dell’Interno del Regno Italico, Ludovico di Breme, limitò a quattro il numero dei teatri veneziani: oltre alla Fenice, al teatro di San Benedetto e al San Moisè, fu scelto anche questa sala per la sua funzione molto popolare.

Nel 1819 la famiglia Grimani vendette il suo teatro e alcune case adiacenti a Luigi Facchini e Giovanni Gallo, “qualcosa di mezzo tra l’imprenditore, l’artista e il mecenate”, che aveva già acquisito il San Benedetto. I nuovi proprietari si adoperarono con energia per restaurare e riportare il teatro all’antico splendore e lo riaprirono nel 1819 con La gazza ladra di Rossini. Dopo poco più di un decennio, a causa delle deteriorate condizioni dell’edificio, Giovanni Gallo prese la decisione di rifarlo completamente in modo che potesse servire anche per spettacoli diurni.

Così rinnovato, il teatro - ribattezzato Emeronittio perché aperto sia di giorno sia di notte - fu inaugurato nel dicembre 1834 con L’elisir d’amore di Donizetti. Nel 1835 Gallo, diventato unico proprietario, riuscì a scritturare per due serate Maria Garcia Malibran, la cantante più famosa dell’epoca: una delle due serate fu ceduta alla Fenice, dietro metà dell’incasso netto. Così il 2 aprile la Malibran diede una recita straordinaria alla Fenice e l’otto aprile cantò nel teatro Emeronittio addobbato a festa in una Sonnambula d’eccezione, con scene di Giuseppe Bertoja. Per esprimere la sua gratitudine alla grande artista, che tra l’altro aveva rinunciato al suo compenso, Gallo intitolò il teatro al suo nome.

Alla morte di Giovanni Gallo nel 1844, il teatro passò in gestione al figlio Antonio, musicista e direttore d’orchestra che cercò di elevare il livello artistico degli spettacoli e della programmazione, dedicando maggior attenzione alle stagioni liriche. Nell’autunno 1852 il proprietario fece tra l’altro rinnovare le decorazioni della sala e volle aggiungere al centro del soffitto una grande “lumiera che con la gran copia di luce, di tutte la cose animatrice, accresce la pompa e la bellezza dello spettacolo”. Nel 1859 la mancata annessione di Venezia al regno sabaudo causò un periodo di lutto patriottico, scrupolosamente osservato dai maggiori teatri del Veneto, per protestare contro il ritorno degli austriaci: a Venezia si fermò la Fenice, ma restarono in funzione il San Benedetto e il Malibran, pur considerato democratico, ove in quell’anno Luigi Monti mise in scena alcuni drammi di Metastasio senza le seduzioni della musica. L’evento artistico più rilevante dei decenni successivi - in cui il Malibran era dedito anche all’operetta e al teatro dialettale - fu senza dubbio l’esecuzione della Messa da requiem di Giuseppe Verdi nel luglio 1875, con eccellenti cantanti, il coro della Scala e l’orchestra diretta da Franco Faccio: Venezia fu la seconda città italiana, dopo Milano, in cui venne presentata quest’opera verdiana.

Nel 1886 il teatro Malibran fu messo all’asta assieme al San Benedetto (ora denominato teatro Rossini) ed acquistato da una società formata da Francesco Baldanello, Emerico Merkel e Giuseppe Patrizio, una ditta che con vari passaggi ereditari ha conservato la proprietà dell’edificio fino ad anni recenti. Il teatro fu riaperto nel 1890 dopo aver proceduto ad un radicale restauro che cambiò la veste della sala con decori in stile egiziano.

Nella primavera del 1913 il Malibran, dopo un’importante stagione lirica, fu nuovamente chiuso a causa di imprescindibili esigenze di sicurezza. Venne perciò bandito un concorso nazionale per un progetto di rifacimento interno del teatro, con il solo vincolo di conservare i muri perimetrali dello stabile, che fu vinto dal giovane ingegnere Mario Felice Donghi. A causa della prima guerra mondiale i lavori vennero sospesi e il Malibran fu riaperto nel dicembre 1919 con un’apprezzata edizione dell’Otello di Verdi. Con questa veste rinnovata l’attività del teatro proseguì per tutta la prima metà del ventesimo secolo, alternando opera, operetta e spettacoli cinematografici.

Negli anni Ottanta del Novecento, per iniziativa del teatro La Fenice, la sala del Malibran ha ospitato spettacoli importanti e novità, tra cui la prima assoluta di Cailles en sarcophage di Salvatore Sciarrino, in collaborazione con la Biennale Musica. Nel 1991 Carolyn Carlson con la compagnia Teatro Danza del teatro La Fenice ha presentato il suo primo spettacolo, appositamente creato per La Fenice, Undici onde, cui ha fatto seguito Underwood. L’ampio spazio scenico del Malibran ha poi accolto anche spettacoli di Pina Bausch, alcuni dei quali in prima italiana.

Con l’acquisto da parte del Comune di Venezia nel 1992 ha avuto inizio una nuova fase per l’edificio: il restauro del tetto doveva essere il punto di partenza di un progetto estremamente articolato, dovuto ad Antonio Foscari, orientato a risanare completamente lo stabile e modificarne le strutture, in particolare allungando la galleria e ampliando i palchi. L’incendio della Fenice nel gennaio 1996 ha portato alla ribalta il Teatro Malibran, il cui uso è diventato indispensabile. Per accelerare l’approvazione del progetto, effettivamente avvenuta in tempi rapidi e con procedure innovative, si è deciso di mantenere integro l’impianto architettonico originale e invece di adeguare radicalmente gli impianti e di potenziare la macchina scenica.

Durante l’esecuzione del restauro è stata inoltre ampliata la fossa orchestrale ed è stata realizzata un’enorme vasca sotterranea per la tenuta dell’acqua alta, che in casi di particolare gravità avrebbe potuto allagare l’interno del teatro. Durante lo scavo di tale vasca sono stati rinvenuti reperti archeologici di eccezionale interesse, tra cui alcune strutture di approdo d’età romana, perfettamente conservate e risalenti al V secolo dopo Cristo, i resti murari di fondaci verosimilmente appartenenti alla famiglia Polo e vari manufatti in vetro, riferibili alle fasi più antiche della lavorazione in laguna, Per quanto riguarda le decorazioni interne del Malibran, esse sono state accuratamente ripristinate nella veste coloristica prevista da Donghi, celata sotto vari strati d’intonaco.

Un importante contributo per il recupero di uno dei più importanti teatri storici veneziani, finalmente restituito alla città e capace di 900 posti, è stato fornito dall’associazione Amici della Fenice, che ha provveduto al restauro conservativo del magnifico sipario in tempera su tela arricchita da fili d’oro e d’argento, opera di Giuseppe Cherubini.