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Egli stesso, presentando il proprio progetto il 2 giugno 1854, ebbe modo di scrivere: Tutto il Teatro per carattere e stile, per esso prescelto, per la molteplicità degli ornamenti stessi e delle molte dorature va a riuscire di non comune ricchezza. Pensava dunque il sottoscritto che la Loggia destinata ed appartenente al Monarca dovesse, come deve, vincere nell'effetto il Teatro, e ad ottenere questo effetto nessuna parte deve rimanere scoperta d'intagli, di dorature, di pregievoli dipinti, e che tutto prevalesse ad un fondo di velluto. Suppose perciò un Padiglione nel quale gli ornamenti possono essere espressione dell'uso .
Risultato per altro riconosciuto dai contemporanei che, per la penna del Locatelli, espressero la propria meraviglia di fronte a tanta magnificenza: " La loggia imperiale è tutto quello, che di più signorile e sfarzoso uno possa ideare: lo sfoggio unito al più elegante nitore; e quando diremo che ne adorna il soffitto un quadro simboleggiante l'apoteosi delle scienze e delle arti, nella sembianza di due vezzose donzelle; che il velluto di cui le pareti si tendono sparisce sotto la copia sterminata degli ori, che sfolgorano per tutto e di tutte le guise, in pilastrini, in istatue, in festoni, in ghirlande e cornici, intorno a porte, a quadretti, a specchiere con ismalti di fiori, che a' lati e di sopra e' si chiude da regale padiglion di velluto: quando tutto questo diremo, non avremo renduto a mezzo l'effetto di quel tutto meraviglioso. Chi le vide, assicura che più sorprendenti non sono le magnificenze degli addobbi di Versaglia .
Richiamandosi ad un Settecento immaginario, il Teatro nuovamente restaurato dal Meduna si riallacciava al mito di un tempo felice ed irrimediabilmente passato, quando ancora Venezia poteva essere annoverata tra le capitali dell'arte e della cultura. Così, allo spettatore che vi entrava, la ricca sala del Teatro poteva dare per un momento l'illusione di rivivere quel passato glorioso e magnifico, facendolo evadere dalla realtà di profonda crisi e declino che la città invece drammaticamente viveva. Ed il Teatro che venne inaugurato nel dicembre 1854 era praticamente lo stesso andato perduto nel corso dell'ultimo recente incendio.
Rimane solo da registrare qualche significativo intervento di Lodovico Cadorin fra il 1854 ed il 1859 negli ambienti del piano nobile e negli stucchi dello scalone di accesso alle sale apollinee, le cui tracce ad ogni modo furono disperse dal "restauro" del 1937.
Un altro intervento avvenne poco dopo l'aggregazione di Venezia al Regno d'Italia, quando si volle celebrare con spirito risorgimentale, per quanto in ritardo, il sesto centenario della nascita di Dante affrescando le pareti di un ambiente della Fenice con sei episodi della Commedia e dipingendo nel soffitto una composizione allegorica con il busto del poeta incoronato dall'Italia. Lavoro, questo, attribuito a Giacomo Casa e destinato ad essere ricoperto nel 1976 da dipinti di Virgilio Guidi.
Quando nel 1937 si costituì l'Ente Autonomo, si decise un rinnovamento generale dell'edificio, accogliendo il progetto dell'ingegner Eugenio Miozzi per la parte architettonica, e di Nino Barbantini per quella decorativa.
Si ampliò così l'atrio terreno riproponendo la struttura architettonica del Selva. Furono anche eliminati gli affreschi di alcune sale superiori che vennero ornate con fasce a stucco di stile neoclassico, collocandovi mobili di stile Impero.
Nel corso dell'intervento del '37, la sala teatrale fu toccata solo negli accessi alla platea, che vennero sostituiti da una grande porta sotto la loggia reale allora adornata con un grande stemma sabaudo.
Proclamata la repubblica, lo stemma monarchico sparì per lasciare il posto al leone marciano.
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